“Statale 17-storie minime transumati” me l’hanno regalato Orfeo e Maura, rispettivamente Direttore e Ufficio Stampa di Edizioni Exòrma, che il libro l’ha pubblicato.

Orfeo e Maura li conosco da un annetto, dalla primaRoma si Libra, e il feeling tra noi fu immediato. Maura mi fa ridere quando dice di essere “rompina”, quando invece se ti pone un problema sa già come risolverlo; Orfeo è un editore che secondo me nella vita voleva fare il lettore, il che per come la penso io è un valore aggiunto non indifferente.

Exòrma pubblica quella che una volta Maura per telefono definì “letteratura di viaggio”, e mai definizione fu più azzeccata.
Viaggio della mente, dei piedi, degli occhi, della fantasia.

Confesso però che quando lessi la descrizione del libro, mentre preparavo il catalogo per la seconda edizione della manifestazione, mi sfuggì un gemito di dolore: “ennò dai, un altro fiume di inchiostro colpevolista e melodrammatico sul terremono NO, per favore!”.

Poi però pensai che Orfeo e Maura non potevano tirarmi questa sòla, perchè quel genere di libri non è roba per loro, quindi questo “Statale 17″ qualche asso nella manica doveva pur averlo.

E ce l’ha infatti: un libretto snello, del formato che io adoro, di quelli piccoli e leggeri che puoi leggere a letto, in spiaggia, o con una mano sola sulla metro. Che però è denso come pochi altri.
Barbara Summa, l’autrice, è una che parla del terremoto quasi senza nominarlo.
Che ti racconta della sua famiglia, di come suo zio Lucignolo fosse arrivato a chiamarsi Lucignolo, o perchè in alcuni paesi dell’Abbruzzo le donne e gli uomini parlino due dialetti diversi.
Che ti fa morire dalle risate anche quando piange.

E’ brava Barbara, e mi dispiace non averla incontrata.
O forse in realtà l’ho incontrata, sulla Statale 17, mentre la percorrevo con la fantasia.

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Io l’iPhone non lo volevo.
L’ho snobbato e denigrato per anni, un po’ anche per un concetto di volpe e uva, essendo io dotata di leggendarie mano a pagnotta che rendono difficile l’approccio ai touchscreen.
Poi alla fine mi sono trovata nella condizione di comprarmi un nuovo smartphone al quale abbinare un piano a forfait, e la scelta è stata giocoforza quella.
Prendere il 3gs non è stata una botta di babbioneria visto che sta per uscire il 4, ma un metodo cautelativo di prendere una roba che un minimo di rodaggio l’ha già fatto, visto che il 4 c’ha un problemino non indifferente.

Pertanto, a due settimane dall’acquisto, qualcosa sull’iPhone la posso dire.
Innanzitutto se fumate, questo telefono non fa per voi. Avere un accrocco che necessita di due mani per funzionare decentemente equivale a far cadere la cenere di metá della vostra sigaretta.

In secondo luogo, un telefono che per funzionare ha bisogno di un computer è una cosa da pazzi: è come dire che per accendere il phon dovete prima assicurarvi di avere in casa il balsamo.

Scordatevi di usarlo su un autobus affollato o in metro: per scrivere un SMS dovreste fare il viaggio da capolinea a capolinea inverso, anche se di solito scendete dopo due fermate.

Ciò che rende figo l’aicoso secondo me sono le app. Tolte quelle, in sè per sé l’aggeggio serve a poco, e anzi, è parecchio macchinoso.

E poi il punto fondamentale: non è un telefono!
Quindi quelli che se lo comprano e non ci fanno un piano dati sopra (fidatevi, ce ne sono, ah se ce ne sono) vanno esposti alla pubblica gogna.
Se volete telefoná usate le cabine!

Comunque ecco, le mie dita non sono poi troppo a banana, visto che l’intero post è stato scritto con la tastiera wannabe.

E adesso vi lascio, che devo andare a giocare a Fruit Ninja con il mio nuovo, fantasticissimo aifón.

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No niente, volevo solo vedere quanti errori di battitura causa mano a pagnotta potevo collezionare tentando di scrivere un post con l’aicoso.
Per la cronaca, sono 22.

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